Leggimontagna / Friend d’oro

Friend in lingua inglese è l’amico, friend nel mondo dell’alpinismo è un prezioso ausilio all’arrampicata che non ferisce la roccia. Perfetto il doppio senso della parola – che riunisce in sé un valore emotivo e un valore tangibile – per un dono che è simbolico, ma veramente sentito.
Per l’ASCA è un’emozione presentare dieci storie, note e meno note, degli amici della montagna che sono stati e sono protagonisti del panorama alpinistico locale, nazionale e internazionale.
Storie diverse perché diversi sono i caratteri delle singole persone e diversa è l’interpretazione della vita per ognuno; ma il filo conduttore è unico: la montagna vissuta con profonda passione.
Queste storie sono appena accennate con pochi scatti per ogni alpinista, ma l’idea è di offrire uno spunto per riflettere, commentare, approfondire e continuare a raccontare.

 

 

RICONOSCIMENTI AGLI AMICI ALPINISTI

• FRIEND D’ORO anno 2002 all’alpinista CIRILLO FLOREANINI
Cirillo Floreanini nacque a Enemonzo nel 1924. Da bambino ascoltò le narrazioni alpinistiche di Giusto Gervasutti che in seguito ne influenzarono il suo destino. Il primo contatto con l’Alpe, inteso come arte di scalare le montagne, lo ebbe nel 1943 in occasione della frequenza della Scuola militare Alpina di Aosta. Fin dal 1946 si iscrisse al CAI, sodalizio in cui trovò ampio spazio per esprimere le sue innate qualità di organizzatore e di innovatore, unitamente a una spiccata propensione per il volontariato.
Alpinista provetto si espresse con prime salite di grande livello tra gli anni ’40 e ’50: iniziò il 7 settembre 1947 con Renzo Stabile sulla parete sud del Monte Cjadenis, con Mirko Kravanja il 4 settembre 1949 fu sul Piccolo Mangart di Coritenza, il 21 febbraio 1949 salì la via Deye-Peters in prima invernale alla Torre della Madre del Camosci con Umberto Perissutti, ancora d’inverno, il 18 marzo 1953, e da solo percorse lo spigolo nord alla Cima Alta di Riobianco; la sua attività si spinse anche in Dolomiti e fino al Pizzo Badile nelle Alpi centrali.
La sua carriera e la sua fama alpinistica, tuttavia, sono strettamente legate alla conquista del K2 da parte della spedizione italiana del 1954.
La sua attività di formatore iniziò a Cave del Predil nel 1948, dove lavorava alle dipendenze dell’amministrazione mineraria, su richiesta di Nogara. Qui conobbe e frequentò i fratelli Perissutti, Lorenzo Bulfon, Kravanja e Ignazio Piussi. In seguito divenne Istruttore nazionale e fece parte della Commissione scuole fino a divenire, tra il 1974 e il 1990, direttore della Scuola Centrale di Alpinismo e direttore dei corsi per Istruttori Nazionali. È del 1955 il primo corso di alpinismo che tenne al Rif. De Gasperi, cui ne seguirono tanti fino a fondare la scuola che oggi porta giustamente il suo nome.
E ancora, nel 1950 è Accademico e poi Socio onorario del CAI. Nel 1964 costituì la Delegazione regionale del CAI: la rappresentanza di tutte le locali sezioni nei confronti della Regione e del CAI centrale; dal 1962 al 1967 si attivò con la Commissione Giulio-Carnica sentieri che presiederà fino al 1975. Nel 1966 Tolmezzo si staccò dalla Società Alpina Friulana per divenire Sezione autonoma e Cirillo ne fu primo presidente. Il 1972 è l’anno della costituzione del Servizio valanghe Italiano e Cirillo diventò il delegato per la regione Friuli Venezia Giulia.
Nel 1986, a coronamento della sua attività sociale e alpinistica, fu insignito della Medaglia d’oro del CAI.
Anche il soccorso alpino deve tanto a Cirillo: inizialmente il primo nucleo si insediò informalmente a Cave del Predil nel 1953 ed egli fu il responsabile; l’anno dopo fu fondato il Corpo Nazionale Soccorso Alpino con il Nostro a capo della delegazione di prima zona (il Friuli Venezia Giulia) che guidò ininterrottamente fino al 1994.
Cirillo Floreanini ha saputo trasfondere nella società civile, attraverso il volontariato, i grandi valori che solo la montagna sa imprimere nell’animo degli uomini più sensibili.
Ravascletto, 14 dicembre 2002

 

 

• FRIEND D’ORO anno 2004 all’alpinista LUIGI PACHNER
Fra le due grandi guerre, Luigi Pachner, nato a Cima Sappada il 19 giugno 1909, divenne il ‘re’ delle Alpi Carniche quando riuscì, assieme a suo fratello Emilio, a primeggiare tra i molti alpinisti del Nord che, spinti dalla moda del tempo, avevano preso d’assalto le nostre pareti settentrionali.
Lo troviamo per la prima volta sulla guida delle Alpi Carniche nel 1932, quando aprì una via nuova in solitaria sulla parete sud est del Peralba: scalata breve, ma di un buon V grado. Di seguito, con clienti o per pura passione, lo vedemmo salire su tutte le cime attorno al suo paese lasciando una grossa eredità alla nostra generazione di appassionati.
Guida alpina nel 1937, Maestro di Sci nel 1939, per essersi espresso contro le guerre nell’aprile dello stesso anno fu mandato al confine per quasi tre anni e poi in Friuli, dove conobbe la sua Luigia. Finito il conflitto poté riprendere la sua vita di montanaro: gestì per nove anni il Rifugio ‘Pier Fortunato Calvi’, poi il Rifugio ‘De Gasperi’, in annate che sicuramente non davano il reddito dei giorni nostri. Continuò a fare alpinismo fino a chiudere le ‘sue’ vie nuove nel 1969 con la bellissima via della parete sud-sud ovest alla Creta Cacciatori, quasi un V grado, salita ben 37 anni dopo la parete sud est del Peralba e alla venerabile età di 60 anni.
Onore al merito per la grande passione profusa con dedizione totale alle nostre montagne e per averla saputa trasmettere ai suoi tre figli ed a generazioni di giovani alpinisti.
Forni di Sopra, 20 marzo 2004

 

 

• FRIEND D’ORO anno 2005 all’alpinista IGNAZIO PIUSSI
Quando lavorava nelle miniere di Cave del Predil faceva parte del soccorso alpino; numerosi furono i suoi interventi non già per turisti o rocciatori in difficoltà, ma a favore di profughi iugoslavi che fuggivano attraverso il Mangart dagli spari delle guardie di confine.
Nasce in una sperduta e sconosciuta località della Val Raccolana, tra le Alpi Giulie, dove comincia la sua avventura di montanaro prima che di alpinista e là, oggi, è tornato a vivere.
Non abbandona mai la sua terra, anche se avara come poche, anche se ricordo e testimonianza di fatiche, solitudine e talvolta di fame, mitigata più volte dal frutto del bracconaggio. Tutto ciò lo ha fatto duro, indipendente, solitario, ma non schivo e sfuggente.
È stato con Floreanini istruttore della Scuola Carnica di Alpinismo e, sempre accompagnato da un dolce e caldo umorismo, molti sono stati i suoi amici di cordata, con i quali ha fatto cose impensabili; tra i tanti ricordiamo Redaelli, Sorgato, Mazeaud, Cassin, Casarotto, Messner; diversi sono stati i suoi compagni inglesi, francesi, polacchi.
Essendo impossibile raccontare le sue molteplici e grandi scalate, ci piace ricordare solo alcuni suoi capolavori come la salita alla parete sud della Torre Trieste, quella del pilone centrale del Frêney, la prima salita invernale alla via Solleder-Lettembauer e la NO della Punta Tissi sulla Civetta, le spedizioni nell’Antartide e nell’Himalaya: queste ed altre imprese lo hanno indicato, in quegli anni, tra i più forti alpinisti al mondo.
Pierre Mazeaud con Nereo Zeper disse di lui “Non c’è essere vivente che ami tanto la vita come Ignazio, individuo pieno di colori e di sensibilità, forza della natura, narratore instancabile con quel suo accento melodioso del Friuli, e soprattutto personaggio estroverso, c’è dell’istrione in lui” conclude “Caro Ignazio, tu sei di quelli che mi hanno insegnato molto della vita, e dunque dell’essenziale”.
Gli diciamo grazie anche noi.
Forni Avoltri, 16 aprile 2005

 

 

• FRIEND D’ORO anno 2006 all’alpinista NIVES MEROI
Martedì prossimo Nives Meroi, assieme ad altri pochi protagonisti, partirà alla conquista del Dhaulagiri (8167 m) e dell’Annapurna (8047 m).
Assieme a suo marito Romano Benet e a Luca Vuerich, tra il luglio ‘98 e il maggio ‘99, ha scalato in Pakistan il Nanga Parbat, il Shisha Pangma e il Cho Oyu; in pochi giorni nel luglio 2003 nella catena del Karakorum ha salito il Gasherbrum II (8035 m), il Gasherbrum I (8068 m), il Broad Peak (8048 m): è l’unica ad essere riuscita in una simile impresa.
Con la conquista del Lhotse (8501 m) nel 2004, è tra le poche donne al mondo ad aver scalato sette dei quattordici colossi che superano gli ottomila, senza contare un’ardita salita al K2 nel 1994 che l’ha portata ad un soffio dalla vetta lungo un itinerario mai percorso prima: nell’estate di quest’anno tenterà nuovamente l’impresa della scalata alla montagna più difficile e ribelle della terra.
Le salite sono tutte state effettuate in stile rigorosamente alpino rinunciando, cioè, al supporto delle bombole d’ossigeno e dei portatori d’alta quota.
È accademica del Club Alpino Italiano, come il suo Romano, affettuoso punto di riferimento.
Dotata di un sorriso dolce, tenero, accattivante, di un estetismo esile, sottile, delicato quasi diafano, Nives è l’antitesi della fragilità.
La sua forza, il suo coraggio e le sue molteplici energie, la pongono costantemente a misurarsi con il mondo maschilista, particolarmente imperante nell’alpinismo, fino a dividerne pesi e compiti non propriamente dovuti.
L’incontro con la scalatrice, ha scritto un giornalista, non può che tradursi in una lezione di stile e di misura, merce piuttosto rara nella concitata babele dell’alpinismo himalayano.
Residente nella sua Tarvisio, patria delle prime arrampicate, da dove scrive con talento e competenza, è testimonianza dell’innamoramento persistente, coerente e totale per la montagna.
Un affettuoso augurio per la tua nuova avventura da parte di tutti noi.
Tolmezzo, 25 marzo 2006

 

 

• FRIEND D’ORO anno 2007 all’alpinista QUINTO ROMANIN
È nato a Forni Avoltri il 2 novembre 1931.
Le prime gite sono il Monte Avanza, il Coglians, il Siera e il Chiadenis, montagne di grande fascino.
A quindici anni nella pratica sportiva dello sci di fondo, si mette già in evidenza nelle gare provinciali del Comitato Carnico-Giuliano.
Contemporaneamente inizia a gareggiare anche nella corsa in montagna.
Il militare lo fa con gli Alpini ed è subito alla Scuola Alpina di Aosta. Corre per la Società Sportiva di Ravascletto, entra in Polizia, nella Scuola Alpina di Moena ove si ritrovano numerosi specialisti dello sci. Per tre anni di fila il gruppo vince il titolo italiano assoluto di società.
In queste discipline la carriera di Quinto proseguirà come allenatore del Comitato Carnico Giuliano, della squadra Nazionale Femminile, allora agli esordi, del Gruppo Sportivo Fiamme Oro, impegnato nello sci di fondo, nello sci-alpinismo, nella corsa in montagna.
Ma è soprattutto l’attività di rocciatore che lo affascina maggiormente. Apre nuove vie sulle montagne di casa e nel ’57 si lega in cordata a De Francesch, Cesare Franceschetti ed Emiliano Wuerich.
Le imprese di quegli anni fanno parte dell’Albo d’Oro della storia dell’alpinismo dolomitico: il pilastro sud-est del Sass Pordoi (1959), lo spigolo del Cielo alla Torre Winkler (1959), la via Olimpia all’Anticima Nord del Catinaccio (1960), la via Italia ‘61 al Piz de Ciavazes (1961), la via del Concilio alla Roda di Vaèl (1962), e il successivo poker di nuove vie sul Torrione Roma, Punta Aurelia, Sass de Furcia (questa realizzata con Sereno Barbacetto) e Punta di Soel, effettuate fra il 1966 e il 1968.
Quinto non parla volentieri delle sue imprese ma preferisce il ricordo di tanti salvataggi operati sulla montagna, tra gli altri il famoso recupero del 1959 della cordata di Giulio Gabrielli dalla parete sud-ovest della Marmolada.
Noi lo ricordiamo anche impegnato come soccorritore l’indomani del 4 novembre 1966, quando le nostre vallate alpine furono devastate da una spaventosa alluvione.
Anche in questo frangente emersero la capacità e l’umana solidarietà di Quinto Romanin.
Sutrio, 31 marzo 2007

 

 

• FRIEND D’ORO anno 2008 all’alpinista SERENO BARBACETTO
Sereno Barbacetto ha aperto sulle montagne di casa negli anni ‘60 nuove vie di alta difficoltà dal Gramspitz, alla Creta di Timau, alla Cima Canale, al Bila Pec.
Trasferitosi per lavoro a Bolzano diviene accademico del CAI ed istruttore del locale Gruppo Alta Montagna. Come alpinista di punta partecipa con Riccardo Cassin alla spedizione nazionale del CAI al Lhotse nel 1975 giungendo fino a 7500 metri.
Il carattere introverso gli ha fatto privilegiare l’attività solitaria di cui è divenuto, negli anni ’60 e ’70, maestro indiscusso.
Rigoroso nella preparazione atletica, ha arrampicato con la ‘sua’ filosofia di essere solo in parete, non ricevere aiuto esterno, non aver mai salito l’itinerario prescelto. Ha salito le vie di maggior difficoltà del Brenta, del Pelmo, della Marmolada, della Civetta e del Catinaccio.
Carnico nel tenace legame alla montagna ed alla riservatezza, vive a Zovello con sua moglie Bruna. Si è sistemato da solo la casa e lo stavolo, ha fatto rivivere il prato ed il frutteto recuperando, con ingegnose innovazioni tecnologiche, i mestieri di falegname, boscaiolo, cavatore e muratore dei suoi vecchi.
Atleta polivalente, dall’arrampicata, allo sci, al deltaplano, con un solido ed affettuoso rapporto con l’ambiente naturale, Barbacetto onora la cultura alpina e le sue tradizioni.
Forni di Sotto, 19 aprile 2008

 

 

• FRIEND D’ORO anno 2009 all’alpinista ROMANO BENET
Lo hanno definito un alpinista nato, dotato di quello speciale fiuto per cui – più che vedere – ‘sente’ qual è la strada giusta per salire o scendere una montagna, orientandosi anche tra le nebbie più fitte: un sesto senso proprio solo dei grandi alpinisti.
Arrampica da più di 20 anni con Nives Meroi, sua compagna di vita oltre che di cordata, con la quale ha raggiunto le vette di ben 11 dei 14 Ottomila, senza l’ausilio di ossigeno supplementare, portatori d’alta quota e campi fissi. Per ricordare le imprese più celebri: nel 2003 (in soli venti giorni) il Gasherbrum II, il Gasherbrum I e il Broad Peak e nella stagione 2006-2007 il Dhalaugiri, il K2 e l’Everest.
Oltre all’attività himalayana e nella catena del Karakorum, si è dedicato alle più diverse esperienze alpinistiche: dalle più difficili vie delle Alpi Giulie, delle Dolomiti, del Monte Bianco e del Cervino, fino a raggiungere le vette peruviane.
L’impegno di Romano non si manifesta esclusivamente nelle arrampicate, ma anche nell’importante settore del volontariato: infatti, sempre insieme a Nives, è Presidente onorario dell’Associazione Friuli Mandi Nepal Namastè che da alcuni anni opera per migliorare l’accesso all’educazione scolastica dei bambini nepalesi.
Un grande esempio di umanità e solidarietà, frutto di esperienze di vita che arricchiscono quanti sanno guardare nel cuore più profondo delle realtà cui partecipano: Romano è tra questi.
Malborghetto, 12 settembre 2009

 

 

• FRIEND D’ORO anno 2010 all’alpinista UMBERTO PERISSUTTI
Da ragazzo pastore un giorno si accorse con meraviglia delle rocce di Malga Portella e, impaurito, scese rapido in paese. Il giorno dopo provò a toccarne con le mani le asperità e, guardando in alto, cercò di immaginare il proprio futuro.
Era uomo, ormai alpinista in cerca di tranquillità e di linee essenziali sulle pareti dell’Ago di Villaco, quando sentì la presenza di un altro ragazzo pastore: cosa vuoi? Tu non sei Berto Perissutti? Sì, e tu chi sei? Mi chiamo Ignazio Piussi… e allora l’uomo mostrò al ragazzo come lo sguardo possa essere seguito dai gesti dell’arrampicata.
Da allora ha percorso le grandi pareti delle Alpi Giulie legandosi in cordata con coloro che negli anni ’50 e ’60 hanno saputo spingere in alto i limiti del possibile, realizzando prime ascensioni registrate negli annali della storia dell’alpinismo: le Cinque Punte di Raibil, il pilastro nord del Piccolo Mangart di Coritenza, la parete nord della Veunza, il Pinnacolo della Cima del Vallone, lo spigolo Deye-Peters della Madre dei Camosci salito durante l’inverno.
L’abilità acquisita con le manovre di corda e il coraggio necessario ad affrontare le incognite di rocce aggettanti le ha volute unire a quelle degli altri alpinisti di Cave del Predil, per soccorrere chi si è trovato in grave difficoltà sui dirupi e recuperare chi è rimasto intrappolato nelle viscere della miniera.
Spirito libero e schivo, ha percorso le vie verticali con naturalezza e semplicità, senza mai lasciare tracce, come percorre oggi la strada per il lago di Raibl, lasciandosi commuovere dalla struggente bellezza di albe e tramonti, in cerca della chiave che, forse, permette di comprendere l’anima dei monti.
Pontebba, 16 ottobre 2010

 

 

• FRIEND D’ORO anno 2011 all’alpinista SERGIO DE INFANTI
Sergio De Infanti è un uomo di montagna che sa: sa trasformare un albero in legname, sa fendere la neve dell’inverno con gli sci, sa trovare tra le pieghe di una grande parete di roccia una via di salita, sa cogliere azioni ed emozioni da trasfondere in pagine scritte.
Ha conosciuto le montagne del mondo per necessità e per passione e ha coniugato, come pochi hanno saputo fare, la pura conquista dell’inutile con l’impegno professionale di maestro di sci, di guida alpina e di imprenditore turistico.
Pur avendo partecipato da protagonista ad alcune spedizioni alpinistiche in Turchia, nell’Indo Kusch pachistano, nelle Ande peruviane e all’Everest, il suo sguardo malinconico non si è mai staccato dalle cime rocciose della Carnia. Cime che gli hanno concesso di tracciare innumerevoli vie di arrampicata di ogni difficoltà, di salire per primo pareti, torri e campanili i cui toponimi, oggi, fanno parte della geografia alpina.
Grazie alla sua costanza e alla sua tenacia di alpinista e scrittore è stato portato all’attenzione del mondo alpinistico italiano un universo pressoché sconosciuto di dolomia e di calcare.
I suoi numerosi libri, articoli, racconti e filmati, che gli hanno permesso di accedere al Gruppo Italiano Scrittori di Montagna, oltre a essere densi di descrizioni di tracciati alpinistici propri e altrui e di avventure vissute, mostrano soprattutto, attraverso una schietta narrazione, la passionalità che ha sempre legato Sergio De Infanti alle sue Alpi Carniche.
Paluzza, 24 settembre 2011

 

 

• FRIEND D’ORO anno 2012 all’alpinista MARCELLO BULFONI
È nato nel 1938 e vive a Pagnacco, il paese delle colline moreniche da cui scorge nelle giornate limpide l’arco alpino che chiude a nord l’alta pianura friulana. Sono proprio quelle montagne che, inizialmente raggiunte in bicicletta e salite in solitudine, gli aprirono negli anni ’50 i vasti orizzonti delle Alpi Giulie e delle Alpi Carniche. La prima salita in cordata la compì sulla Medace, campanile satellite della Creta Grauzaria, nella primavera del 1959 ma già alla fine dell’estate di quell’anno la preparazione e l’entusiasmo furono tali da spingerlo su una parete mai percorsa da altri: la famosa via Bulfoni-D’Eredità alla parete sud della Cima Piccola della Scala.
A quella salita seguirono una cinquantina di altre prime ascensioni tra cui si ricordano, per la grande difficoltà e per l’apprezzamento mai sviliti nel tempo, il diedro alla parete nord della Torre Nuviernulis e lo spigolo nord alla Cima della Sfinge, vette collocate nel prediletto gruppo Sernio-Grauzaria. Il suo alpinismo esplorativo ha spaziato anche su altri gruppi fino ad allora negletti come il Rinaldo e le Crode dei Longerin che coronano la verde Val Visdende.
La curiosità per le montagne del mondo lo ha spinto anche oltre oceano organizzando, da solo o in spedizione, l’ascensione a 18 cime inviolate nella Cordigliera Andina di cui una oltre i 6000 metri.
Egli ha saputo coniugare la forte passione per le scalate con il lavoro di guida alpina a partire dal 1968; è in questo contesto che, oltre ad accompagnare tante persone sulle sue montagne, ha voluto consolidare con pazienza e tenacia il futuro delle giovani guide che si affacciavano alla professione negli anni ’80, mediante l’ottenimento della legge regionale di settore del 1984. Prezioso è stato anche il suo apporto tecnico e umano al soccorso alpino prestato per molti anni a fianco dei volontari della Stazione del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico di Moggio Udinese e Pontebba.
Il merito tuttavia va ben oltre il curriculum alpinistico e l’impegno sociale: la propensione per un’etica rigorosa applicata all’alpinismo e il rispetto per le montagne continuano a essere ideali da comunicare in modo sferzante ma sincero, attraverso il racconto delle proprie imprese con il cipiglio e l’ironia che da sempre contraddistinguono Marcello Bulfoni.
Tolmezzo, 22 settembre 2012